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Le iniziative della Soprintendenza Archivistica per la Sicilia per gli archivi della moda
Da oltre un decennio, da quando, forse, le tecnologie informatiche sono entrate, a buon diritto, a far parte del mondo degli archivi, l'attenzione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali si è spostato verso alcune tipologie di archivi che in tempi anche piuttosto recenti avremmo definito non rilevanti, o quantomeno tali lo erano per coloro che scrutavano e indagavano solo tra le carte di quei soggetti produttori (pubblici o privati) il cui ruolo sociale o la cui funzione istituzionale era storicamente tale da assurgere a fonte privilegiata per una élite ristretta di storici o di ricercatori. Forse perché la storia contemporanea è ancora tutta da scrivere, forse perché ogni gesto, pensiero o azione, individuale o collettivo, è giusto che venga innalzato agli onori del ricordo e della memoria, non più cronaca ma storia per le future generazioni, che la Direzione Generale per gli Archivi nella costruzione del Sistema Archivistico Nazionale ha voluto creare una serie di Portali monotematici come quelli degli Archivi d'impresa, dell'architettura, della memoria, e della moda.
A proposito di questi ultimi, ovvero degli Archivi della Moda, anche la Soprintendenza Archivistica per la Sicilia ha avviato tra il 2009 e il 2010 un difficile percorso di censimento.
Perché difficile: innanzitutto, in Sicilia, pur avendo la stessa una lunga tradizione di eleganza e stile dettata sia dalla classe aristocratica che da quella alto-borghese (spesso ad imitazione della prima), non c’è mai stata una vera e propria industria della moda o dei veri e propri ateliers come quelli ad esempio sorti in Italia soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, se pur pregevoli, le maestranze presenti nell’Isola poco hanno conservato del frutto del loro lavoro che si esplicita non solo nel capo realizzato, ma in tutta quella serie di bozzetti, cartamodelli, partecipazione a corsi professionali, a manifestazioni come i vari Festival della Moda, interviste dell’epoca, immagini, fotografie di sfilate, attrezzi del mestiere, tavoli da lavoro, macchine da cucire, fatture per l’acquisto di materiale o tessuti (magari oggi meno usati e espressioni di un’epoca nella quale la sperimentazione di nuove fibre naturali o artificiali faceva nascere il terital o il nylon).
Da ricerche sul campo, o attraverso il ricordo di persone anziane, utilizzando a volte metodi quasi da etnoantropologo più che da archivista, il lavoro condotto dalla Soprintendenza Archivistica per la Sicilia, ha portato a far riemergere dall’oblio nomi noti dell’alta sartoria palermitana e non solo (la modista Battigelli, Enrica Stassi, Pirrone, Barraco, Sartoria Sorelle Fazzese, Sturla, Bissoli, il calzolaio Parello per citarne alcuni di cui allo stato attuale restano solo le tracce del nome nella memoria di una anziana nobildonna palermitana), ma anche nomi che producevano gli accessori che contribuivano ad accrescere l’eleganza e la raffinatezza di un abito: scarpe, guanti, cappellini e perché no gioielli.
In questo riemergere della memoria di sarti, modiste, calzolai, berrettai, molto dobbiamo anche alle varie collezioni appartenenti ai privati come quella, ad esempio, di Raffaele Piraino di Palermo, che è stata anche in parte schedata dal Museo del Costume di Palazzo Pitti di Firenze, ma che, ahimè, non è riuscita ancora, nella sua interezza, a trovare la giusta collocazione di sede quale certamente merita per ricchezza e varietà, ma anche quale riconoscimento ad un “vero” appassionato dell’arte come Raffello Piraino.
Altre collezioni di abiti e accessori che meritano di essere citate sono quella di Arezzo di Trifiletti a Palermo, quella del Museo di Scicli a Ragusa, e infine quella del Museo del costume e della moda siciliana di Mirto, ad opera di un altro appassionato collezionista e scenografo, Giuseppe Miraudo, grazie alla quale, dalle etichette di abiti rigorosamente originali, rivivono nomi dell’artigianato sartoriale della zona di Messina e non solo, quali: Riccò, Peltrè, sorelle Siracusa, sartoria Ingrassia, sorelle Leone; oltre ad attestare la presenza sul territorio di magazzini come Luxsus, Maltagliatti, Albano, La Farina, Garufo ed altri.
Per tornare alle carte, un interessante archivio è conservato, anche se disordinato e non organico, dalla stilista Francesca Di Maria, erede di una tradizione sartoriale che nasce dalla nonna materna. Oggi la sua produzione, diversificatasi in abiti da sposa e in creazioni sartoriali per una clientela selezionata, è rimasta negli anni legata a quegli splendidi cappellini che la nonna Erminia Castagna (tra le prime modiste a cucire per quella Palermo sfarzosa ed elegante di Franca Florio e delle prime al Teatro Massimo), e la mamma, Caterina Tabascio, seppero realizzare per le loro clienti. Connubio di eleganza e civetteria, oltre che di perfezione sartoriale e artistica, al punto tale da meritarsi nel 2010, a quasi 100 anni dalla loro realizzazione, ma senza affatto sentirli (1910-1960), un posto nell'ambito del Salone internazionale della Moda “White” a Milano con la splendida mostra “Tanto di cappello”. Il cappello infatti, come la stessa stilista ha sottolineato in un'intervista, “è elemento simbolico (vedi i copricapo religiosi) e, al contempo, simbolo di appartenenza alle varie categorie sociali e di mestiere (pensiamo, ad esempio, alla barchetta di carta del muratore o al cappellaccio di paglia del contadino), oltre ad essere strumento indispensabile per proteggersi dal caldo o dal freddo”.
L’incontro con le professionalità del mondo della moda, registra ancora margini di diffidenza per una categoria che certamente poco ha avuto a che fare con il mondo degli archivi, ma che ad onor del vero ha accolto “l’intrusione” del Ministero, rappresentato da questa Soprintendenza, con quello spirito di curiosità e di apertura alle novità tipico di questa categoria professionale.
Molte sartorie, soprattutto maschili, hanno, infatti, aperto i loro “studi” (capirete dopo il perché di tale scelta semantica), con vivo interesse e anche con un pizzico di compiacimento, consentendoci un primo sommario censimento ai fini dell’implementazione dei dati nel SIUSA (Sistema informatizzato unificato delle Soprintendenze Archivistiche).
Tra questi si ricorda, tre generazioni di sarti quali i Laparola, Romano, Bevilacqua, Dolce i fratelli Traina, i fratelli Ferina, Carmelo e Mauro Crimi, e Gaetano Lentini, membro tra l’altro della Camera Europea dell’Alta Sartoria, che insieme ai suoi colleghi tiene ancora alto il nome della tradizione palermitana, in particolare, e siciliana, in generale, del ben vestire. È lo stesso Lentini, che parlando dei suoi anni di formazione milanese, ricorda di come, andando a visitare il laboratorio del maestro Tosi, rimase impressionato nel leggere sulla sua targa di ottone affissa sulla facciata della sua bottega la dicitura “Architetto del corpo umano” (ecco spiegata la scelta semantica anzidetta), segnandone per sempre il proprio percorso sartoriale come quello di un vero e proprio architetto, quasi un artista delle arti plastiche e figurative.
Il lavoro, dunque, di censimento condotto in questi ultimi due anni dalla Soprintendenza Archivistica per la Sicilia, ha avvicinato due mondi apparentemente opposti, uno attento alla cultura, l’altro attento all’economia e alla produzione, spingendoli, entrambi, ad una comune riflessione in una sorta di proficua contaminazione: ovvero, che gli stessi non sono poi così diametralmente opposti quanto piuttosto complementari. Non c’è cultura, infatti, che non produca ricchezza e non c’è ricchezza che possa essere generata senza cultura.
Sebbene difficile da far comprendere, tale “contaminazione”, potrebbe esplicitarsi e ravvisarsi, a mio avviso, per ciò che concerne il mondo degli archivi, nella dichiarazione “d’interesse storico particolarmente importante” assegnata nei confronti di numerosi archivi privati di molte Maison a livello nazionale, ma anche regionali, come quella nei confronti dell'archivio della stilista catanese Marella Ferrera, la cui notifica è stata ufficialmente annunciata a Bologna in occasione della Conferenza nazionale degli archivi nel 2009, dal Direttore dell’Archivio di Stato di Catania, oggi attuale Soprintendente Archivistico per la Sicilia nonché Dirigente alla Direzione degli Archivi, dott. Aldo Sparti, che l'ha fortemente voluta ed appoggiata.
Il censimento appena iniziato in Sicilia, auspichiamo possa far conoscere e valorizzare anche altri archivi della moda ancora sommersi, (al più presto, speriamo di potere dichiarare anche l'archivio storico dell' “Atelier FDM” di proprietà della stilista di cui si sopra, Francesca Di Maria), ricordando, a noi operatori culturali per primi e ai proprietari poi, che gli archivi privati per essere dichiarati non debbono necessariamente appartenere a nomi altisonanti, perché la storia del nostro paese è fatta dai quei volti anonimi di piccole individualità la cui unione crea identità.
È nel nome di tale identità, infatti, nel ricordo del 150° anniversario della nostra unificazione e per rendere omaggio a tutte le maestranze del mondo della moda, che hanno tra l'altro reso possibile il lavoro di censimento, che la Soprintendenza Archivistica per la Sicilia ha organizzato, nei locali dell’Archivio storico comunale di Palermo, la manifestazione dal titolo “Abito e Costume. Moda in Sicilia dall’Unità d’Italia ad oggi”. L’evento legato alla XIII edizione della Settimana della Cultura, ed ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia, è stato organizzato in due significativi momenti: un convegno ed una mostra. Il primo, egregiamente presieduto da Eliana Calandra, direttrice dell'Archivio storico del comune di Palermo, è stato inaugurato da Aldo Sparti, nella duplice veste di dirigente ministeriale della Direzione per gli Archivi e di Soprintendente Archivistico per la Sicilia. Aldo Sparti ha messo in risalto il ruolo svolto, in generale dalla, Direzione Generale per gli Archivi ed, in particolare dalla Soprintendenza Archivistica per la Sicilia, per quanto riguarda la funzione di vigilanza e tutela esercitata anche nei confronti di una nuova tipologia di archivi come quelli della moda fin qui mai esplorati, oltre a quella da sempre svolta nei confronti delle tipologie classiche come gli archivi storici comunali, e nello specifico nei confronti dell'archivio storico ospitante la manifestazione.
A seguire, dopo i saluti dell'assessore alla cultura del Comune di Palermo, Giampiero Cannella, sono intervenuti i seguenti relatori: Giuseppe Miraudo, Moda e sartoria in Sicilia; Maria Concetta Di Natale, Gli ultimi maestri dell’arte del corallo a Trapani tra fine Ottocento e primi Novecento; Maurizio Vitella, Il real setificio di Palermo; Silvano Barraja, Moda del gioiello dall’Unità d’Italia ad oggi; Maria Romano, La Soprintendenza Archivistica e gli archivi della moda in Sicilia.
Il secondo momento è stato, dopo il consueto taglio del nastro da parte dell’assessore alla cultura, quello dell’inaugurazione della mostra consentendo così, finalmente, ad un numeroso e qualificato pubblico intervenuto all’evento, di potere visionare gli splendidi abiti, costumi, documenti, bozzetti e figurini egregiamente collocati in uno scenario mozzafiato come quello delle superbe sale progettate dal grande architetto palermitano d’adozione, Damiani Almeda.
I costumi sono stati gentilmente offerti dal Museo etno-antropologico “Pitrè”, gli abiti dal Museo del Costume e della Moda siciliana del Comune di Mirto diretto da Giuseppe Miraudo, i documenti provengono da vari fondi dell'archivio storico comunale di Palermo, mentre i bozzetti e i figurini dall'archivio storico del Teatro Massimo.
La moda, diceva Desfontaines, è come lo sbocciare di un fiore dura solo sino all’indomani, ma il lavoro di recupero e di salvaguardia intrapreso dal Ministero dei beni e le attività culturale, oggi, ci dice che non è così. |
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