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E dopo aver tanto studiato … l’archivista e il mondo del lavoro
![]() Negli ultimi anni l’ANAI ha dedicato notevole attenzione e molte energie alla figura professionale dell’archivista, alla sua preparazione, alla sua formazione, al suo aggiornamento in rapporto all’evoluzione normativa e all’innovazione tecnologica.
Tale affermazione nasce sia dall’analisi dell’attività svolta sia dalla lettura del Notiziario dell’Associazione, Il Mondo degli Archivi, a partire dal 1998. Non è il caso di elencare i numerosi articoli, interventi, resoconti di convegni e congressi dedicati a tale argomento (di cui però ci pare utile raccomandare una lettura complessiva), che toccano praticamente tutti i vari e complessi aspetti della questione, delineando percorsi, progetti e proposte ancora validi. Vogliamo però fare un’eccezione relativa all’articolo di Ferruccio Ferruzzi comparso sul n. 2 – 3 / 2002 intitolato “Archivi e archivisti di Stato: un’estinzione programmata (progetto ECATE)”, per l’attenzione posta, tra l’altro, al rapporto tra attività formativa e sbocco professionale, che è poi la questione che vogliamo mettere in rilievo in questo breve intervento.
Sebbene riferite nello specifico alla situazione degli archivi e degli archivisti di Stato, le considerazioni contenute nell’articolo citato ci paiono, purtroppo, sempre attuali e valide per tutta la categoria.
E’ necessario allora chiedersi: perché tutto questo impegno, studio e lavoro ha prodotto, al di fuori del nostro mondo, ben poco? Non crediamo certo che in tempi passati, se interrogati sul loro futuro, molti giovani alla domanda “che cosa vorresti fare da grande” avrebbero risposto “l’archivista”, pur tuttavia, oggi, siamo tristemente convinti che giovani e non, neanche sappiamo bene cosa sia un archivista e soprattutto cosa faccia.
Dunque, è senz’altro indispensabile disegnare e attuare nuovi e diversi percorsi formativi scolastici, soprattutto in ambito universitario, nonché attivare un aggiornamento professionale per gli archivisti che già svolgono la professione, con il coinvolgimento dei diversi soggetti interessati a tali attività (enti formatori, Stato, Regioni, Provincie, ecc.). Contemporaneamente, però, è necessario impegnarsi per contribuire a creare le condizioni affinché il mestiere di archivista sia concretamente esercitabile nella nostra società. Ci vuole, cioè, un impegno culturale e politico contestuale a quello relativo alla formazione professionale, teso a far sì che una volta terminata la fase “scolastica” vi sia la possibilità di sbocchi reali nel mondo del lavoro. Senza dimenticare, chiaramente, l’altro capitolo legato all’attività formativa sui luoghi di lavoro, anch’essa finora attuata, per lo più, in modo frammentario e saltuario.
Non abbiamo forse visto che nemmeno l’esistenza di una normativa specifica nel campo della gestione documentale, che prevede l’utilizzo della figura professionale dell’archivista, abbia realmente sbloccato, almeno sino ad oggi, la situazione? Certo nessuno si aspetta miracoli da disposizioni legislative; si può dire - ed è vero - che la mancanza di percorsi formativi sicuri ed affidabili abbia avuto il suo peso, eppure rimaniamo convinti che non si possa sottovalutare il fatto che, attualmente, tale figura non abbia una sua riconoscibilità e, quindi, credibilità.
Infine, partendo dalla considerazione che, per evidenti motivi, gli archivisti non saranno mai una moltitudine, è necessario che l’Anai sviluppi grandemente il rapporto con le associazioni che operano nel settore dei beni culturali, per cercare di raggiungere quella massa critica indispensabile ad esercitare una sana attività “lobbistica” nel rapporto col mondo politico e sindacale, quanto mai necessaria in tempi di ristrettezze economiche come quelli che stiamo attraversando, tempi però che, con lo sviluppo della tecnica e il mutare degli aspetti finora caratterizzanti il mondo archivistico, offrono l’occasione per dare il proprio contributo qualificato. E’, infatti, in gioco la conservazione della nostra memoria e cioè della nostra identità e, con esse, la possibilità di conservare le tracce del nostro operare nel mondo, per offrire l’opportunità a chi verrà dopo di noi di interrogarsi su se stesso e su chi l’ha preceduto. Vale quindi la pena di provarci. |
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