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L’impatto delle tecnologie digitali nella produzione di foto (Archiexpò, 12-15 dicembre 2006)

Grazia Neri

in n. 1/2007

L’avvento della fotografia digitale (camere digitali, trasmissioni di immagini, archiviazioni) ha rivoluzionato il mercato delle immagini e il mondo della fotografia di reportage e della fotografia artistica, come uno tsunami che ha devastato le regole della cessione dei copyright, ha messo in crisi agenzie e fotografi, ha fatto piazza pulita delle minuscole agenzie (grandi laboratori per i giovani fotografi e capolavori di artigianato), è costato milioni e milioni di euro nella ricerca dei sistemi più innovativi e sicuri per produrre e archiviare le fotografie, ha creato scompiglio nelle industrie produttrici di materiale fotografico, ha riportato agli Stati Uniti il primato della produzione e diffusione di news, che era tornato all’Europa negli anni ’70, oltre ad altre conseguenze che vedremo.

 
Questo detto, il digitale è qui per restare e, nonostante la grande avversione verso di esso da parte di molti fotografi nella prima metà degli anni ’90, ora le fotografie che le agenzie vendono e che i giornali richiedono sono al 90% digitali. Ricordo che nel 1989 la mia agenzia organizzò un primo incontro con tutti i direttori delle agenzie più importanti a Milano invitando alcuni esperti americani di digitale. In quell’occasione si percepì la nostra apprensione perché sentivamo minacciato quell’accordo che avevamo pazientemente creato contro le manipolazioni e lo sfruttamento dell’immagine e in difesa del controllo nel tempo sull’uso dell’immagine stessa e della sua didascalia originaria, si faceva strada inoltre la certezza che il mercato dell’immagine sarebbe diventato proprietà di chi avesse avuto i soldi per investire, con costi enormi, nella produzione e nell’archiviazione. Nasce infatti subito dopo Corbis, di Bill Gates, e subito dopo anche Getty Images.
 
I fotografi temevano la perdita del copyright, i furti, le manipolazioni (che avvenivano anche prima, per quanto in modo diverso) e temevano giustamente di dover investire denaro per nuove macchine e studiare le nuove tecnologie. Ma nella seconda metà degli anni ’90 accettarono la necessità di convertirsi al digitale e dal 2001 si può dire  che il digitale è il formato per eccellenza della fotografia nel mondo dell’informazione, non solo per le news, ma per la ritrattistica, per la pubblicità, per la ricerca.
 
Chiusi i laboratori di sviluppo di Newsweek e Time, spariti i corrieri che trasportavano rulli da un Paese all’altro, sparita l’angoscia di un plico di rulli perduto, sparito l’entusiasmo di “editare” una serie di diapositive al visore, spariti i visori dalle agenzie. Le nuove agenzie sono minuscole se non hanno alle spalle, come la mia, 40 anni di fotografie (10 milioni) pazientemente archiviate, che raccontano la storia del mondo e delle persone. Finita una magia? C’è chi lo pensa. Personalmente, non sono d’accordo perché ogni cambiamento tecnologico va studiato e preso per quello che può offrire.
 
Vediamo ora come nasce un servizio e proviamo a mettere a confronto quel che abbiamo perduto e quel che abbiamo guadagnato.
 
Il fotografo scatta delle fotografie in digitale e per ogni file che vorrà condividere con un cliente, o meglio ancora con la sua agenzia che poi lo trasferirà al cliente, sono necessari questi passaggi:
 
1.         Trasferire le immagini dalla memoria della camera al computer.
2.         Convertire il file dal formato originario di acquisizione a un formato stabile (es. TIFF).
3.         Editing di base (questo significa vedere ogni singola immagine ad una dimensione sufficientemente grande per studiarla). Mettere da parte le foto meno interessanti e distruggerle.
4.         Dare un nome e organizzare il file in apposite cartelle.
5.         Aggiungere informazioni come didascalie e copyright.
6.         Ruotare o tagliare se necessario.
7.         Operare qualche aggiustamento di tono o di colore.
8.         Creare, nominare e organizzare il file in bassa risoluzione (o se occorre in alta) da condividere con il cliente o l'agente che rappresenta il fotografo, attraverso Internet o attraverso un CD se va spedito.
 
Ciascun  passaggio - e spero di non averne dimenticato nessuno -ha necessità di software appositi, per l’editing, l’archiviazione, ecc..
 
Tutte queste operazioni erano fatte anche prima, ma ora il fotografo deve essere anche un esperto di informatica, e perde tante ore sul campo perché alla sera è impegnato in tutte queste operazioni che prima erano compiute in parte dall'agente o dal giornale e in parte da lui stesso, ma al ritorno, con comodo. I fotografi di guerra dicono che è finito il tempo delle serate al bar degli hotels per raccontarsi la paura e le emozioni o farsi coraggio.
 
L’etica che deve guidare queste operazioni rimane la stessa di quando si produceva in formato analogico: anche allora l’editing avveniva tramite provini dopo gli sviluppi, anche allora si scrivevano le didascalie,si poteva correggere nella stampa il bianco e nero o tagliare una foto o anche manipolare la fotografia.
 
Certo, nel digitale è più facile manipolare. Ma dove è legittimo togliere una macchia su un prato impeccabile, diventa un fatto gravissimo alterare una fotografia per enfatizzare un contenuto. Posso dire comunque che lo scandalo sulle manipolazioni di foto ha un'eco enorme e fotografi e picture editors hanno perso il loro posto di lavoro per questi motivi e qualche tentativo di manipolazione é stato denunciato con grande risalto dai giornali specializzati e dagli operatori: pensate alle finte torture inflitte dai soldati inglesi agli iracheni, ricreate in Inghilterra e smascherate in breve tempo. Tanto è vero che i giornali scandalistici perderebbero copie se usassero il digitale per formare "finte foto di coppie probabili o improbabili": i lettori non ci cascano. Le alterazioni delle foto di Beyruth bombardata dagli israeliani, quest'autunno, sono state . smascherate in una settimana. I giornali per essere sicuri di non cadere in inganno lavorano con le agenzie o i fotografi di cui si fidano e i picture editors hanno responsabilità sempre più grandi nel loro mestiere.
 
Tra i vantaggi che il digitale offre in situazioni più tranquille - pensiamo ad esempio alla pubblicità – c’è la possibilità di inviare immediatamente uno scatto al committente per vedere se la foto è di suo gradimento, in maniera ben più agevole rispetto al passato, quando si ricorreva anche al taxi per mandare la foto al cliente.
O pensiamo alle molteplici utilizzazioni della fotografia digitale per uso privato, dalle foto di famiglia alle istantanee come utile mezzo di verifica in caso, ad esempio, di incidenti stradali, accertamenti e simili.
 
Quando Tim Berners-Lee al Cern nel 1991 inventò il WEB e non lo brevettò non credo abbia pensato a come sarebbe stata utilizzata la sua invenzione per le fotografie: adesso le immagini sono dappertutto e tutti le possiamo vedere e ne siamo sommersi. Quel che più conta, esse ci giungono in un modo immediato, facendo concorrenza alla tv, alla radio e permettendo ai quotidiani di diventare, come spesso avviene, settimanali illustrati.
Abbiamo una diffusione mondiale di fotografie tutte uguali in tutti i Paesi e una disseminazione enorme di informazione visiva. A questa moltiplicazione della tecnologia corrisponde però una maggiore crisi nel settore.
 
Tuttavia, se per esempio l'11 settembre 2001 non ci fosse stato il digitale, la chiusura degli aeroporti americani avrebbe limitato la quantità di immagini fotografiche, che sono apparse invece la mattina dopo e per tanti giorni su tutti i quotidiani del mondo.
 
Cosa vediamo? Quel che si vede nei giornali è condizionato dall'iconografia televisiva, dal budget ridotto degli operatori dell'immagine e dall’urgenza di vendere i giornali: una immagine ricca di clichès. Guardate una collezione di riviste degli ultimi trenta anni: la rappresentazione del mondo è sempre la stessa e quando occasionalmente un fotografi ardisce presentarne una diversa, il blocco di foto diventa un "portfolio" eccezionale al centro del giornale, perdendo in questo modo il suo contenuto perché presentato come portfolio celebra la forma e non la sostanza. Quel che dico non è certo un attacco a direttori o a giornalisti o a picture editors. Non è così. E' la legge del mercato che dice: più semplice, più diretto, più legato al momento emozionale più copie di vendita, meno diretto e più legato alle ragioni dell'avvenimento meno copie. Questa è una realtà. Per eluderla è un fiorire di Gallerie e mostre che permettono di vedere un reportage in modo completo e permettono di essere noi stessi lettori diretti delle fotografie, senza didascalie, senza titoli, senza testi. Anche i libri di fotografia sono uno degli strumenti più validi per "leggere", godere e apprezzare un reportage.
 
L'immediatezza della produzione e trasmissione delle foto è la caratteristica della fotografia digitale che soprattutto chiama in causa l'etica del fotografo, dell'agenzia e della struttura che deve usare la fotografia. Nei tanti  libri sulla fotografia che ho letto negli ultimi dieci anni ho trovato anche una quantità di sciocchezze sul digitale, che non mi hanno stupito, dato che spesso il nuovo viene osteggiato per conservare abitudini gradite, mentre non ho ancora incontrato una analisi ben fatta dei vantaggi e degli svantaggi di questa immediatezza.
 
Si lamenta una assenza di meditazione da parte del fotografo, che interrompe continuamente la ripresa per osservare sullo schermo digitale il risultato dello scatto. Nel tempo brevissimo che gli è lasciato per inviare la sua fotografia, il fotografo deve applicare tutte le regole deontologiche del suo lavoro riguardanti la salvaguardia della privacy delle persone fotografate, il committente, il pubblico e soprattutto controllarele emozioni che suscitano in lui immagini di dolore, violenza, paura, disperazione. L'editing fatto a casa in un momento successivo permette una maggiore riflessione, mentre i tempi stretti mettono a dura prova la professionalità del fotografo, che con le sue fotografie può denunciare un colpevole, può determinare un cambiamento di opinione. Nella mia lunga esperienza ho notato che i grandi fotografi di reportage sono dei grandissimi uomini politici, incapaci di fare politica ma che percepiscono il male e il bene con una velocità straordinaria
 
Tutti fotografi? Sempre in tema di immediatezza, non dobbiamo dimenticare l'esempio delle foto di Abu Grahib scattate dagli stessi soldati torturatori, che hanno fatto il giro del mondo, suscitando un’indignazione gigantesca e smascherando ancora una volta la mostruosità di una guerra. Forse un fotografo professionista che le avesse scattate sarebbe stato in grande imbarazzo e forse non sarebbe stato creduto. Ancora, non dobbiamo dimenticare le fotografie fatte da dilettanti, gente che passa per caso davanti a un avvenimento: ormai tutti possiamo essere fotoreporter o paparazzi. Durante l'uragano Kathrina sono nate agenzie che raccoglievano le foto dei telefonini per venderle ai giornali e con i telefonini sono state fatte diverse fotografie degli attentati a Londra del 2005.
 
Se da una parte tutti possono essere fotografi, ecco invece che i grandi reporter giovani o celebri e affermati continuano il loro mestiere con lo scopo nobile e ormai un po' risaputo di essere testimoni dei cambiamenti. Ci riescono? Difficile rispondere; certamente lo decide il trascorrere degli anni e se è il tempo a decidere vediamo che del passato guardiamo più volentieri le foto piuttosto che leggere gli articoli, oppure leggiamo un saggio, ma una notizia ha bisogno della sintesi dell'immagine. Proprio mentre sperano di reinventarsi ogni giorno, i fotografi combattono con l'idea "spot" che i giornali si fanno dell'immagine, in base alla quale i lettori non debbono approfondire, debbono solo vedere le foto come uno spot commerciale televisivo. Ne deriva la scomparsa dei reportages che occupano diverse pagine e, se si è fortunati,. le foto si vedranno nelle mostre o tra alcuni anni nelle fatidiche retrospettive legate a un anniversario.
 
Le possibilità offerte dal digitale dovrebbero spingere i fotografi e i giornali a liberarci dalle foto di clichè e permettere quella riflessione sui fatti che si propongono i fotografi più attenti ad approfondire le motivazioni degli eventi: Ad esempio, i disastri provocati dall’uragano Kathrina sono in realtà conseguenza della povertà delle strutture delle case americane del Sud. Se fate un viaggio ai Caraibi vedrete che mentre gli alberghi sono solidi le casette sembrano fatte di cartone. Certo la fotografia e il linguaggio fotografico hanno fatto passi da gigante se ora é possibile esprimere concetti o sintesi di avvenimenti, come quelli proposti dall’come l'inimitabile Jim Nachtwey.
D'alta parte, una foto scattata da un dilettante può suscitare interesse su un tema al quale non si era precedentemente pensato...
 
Archiviazione
Gli archivi fotografici personali dei fotografi o delle medie e piccole agenzie o di fondazioni costituiscono un tema affascinante che seguo da mezzo secolo e che non ha mai trovato soluzioni stabili riguardo a indici (o meglio ancora thesauri), catalogazioni, criteri, conservazione e personale addetto. Esso è come la fotografia: disciplina giovane scossa dalle novità tecnologiche.
 
Lo scopo di un archivio è quello di mettere a disposizione della stampa, dell'editoria, dell'industria e delle agenzie pubblicitarie il lavoro dei fotografi, per la riutilizzazione sia di un servizio già assegnato che dellefotografie scattate proprio per gli archivi.
 
Una foto non esiste se non viene vista. A questa filosofia si sono ispirati i direttori delle agenzie fotografiche che per mostrare le foto inviavano i venditori con borse cariche di servizi stampati (b/n) o duplicati (colore) e per non dimenticarle ne pretendevano l’archiviazione con criteri adatti a una facile estrazione. Obiettivo impossibile da raggiungere, tanto che nessun thesaurus ha mai potuto sostituire la perizia e la passione di pochi geniali picture editors. Le agenzie e i fotografi archiviano in classificatori differenti le fotografie e i provini con le eventuali stampe o duplicati, in semplice ordine alfabetico. Agli inizi alcune agenzie avevano anche una preziosa memoria scritta di ogni servizio, utilissima per chi riguarda il servizio fotografico, che sarebbe opportuno curare ancora adesso, con il formato digitale. Già da allora si rischiava che alcune fotografe sparissero (questo è tuttora possibile con il digitale) e, tranne le superstar del fotogiornalismo (che producono pochi servizi e selezionano con un grande agio il loro lavoro), i fotografi consideravano le archiviazioni sia analogiche che digitali un peso insopportabile. Questo creò negli Stati Uniti e forse anche in Francia dei mitici picture editors che per pura passione sapevano trovare la foto giusta in ogni settore della fotografia giornalistica. Personaggi del genere sono tuttora necessari con il digitale.
 
Tornando al formato analogico voglio ricordare un esempio molto significativo del rischio della perdita economica nel caso che una foto non "vista" non sia archiviata. Dirk Halstedt, notissimo fotografo, ha saputo solo dopo mesi per caso di avere in archivio la famosa fotografia di Monica Lewinsky che abbraccia il presidente americano Clinton. Aveva fotografato il bagno di folla di Clinton durante le elezioni e la foto non era tra quelle scelte per il giornale con il quale lavorava. Scartabellando tra i negativi trovò l'immagine. Questo in realtà pone un problema al fotografo e all'agente: buttare le foto che sembrano generiche e di contorno all'avvenimento? Neanche il digitale può risolvere questo problema.
 
Gli archivi analogici sparsi nel mondo rappresentano un tesoro enorme, costituito da milioni di foto che documentano la nostra storia ma non ci sono i mezzi e le persone per dotarle di didascalie e renderle visibili:una foto che nessuno guarda non esiste.
Diverso, come si diceva prima, il destino dei grandi nomi (Avedon o Cecil Beaton), che senza problemi hanno avuto tutte le loro foto precisamente archiviate, catalogate, dotate di didascalie e quindi viste. Questione di mezzi, passione e attenzione dei media.
 
Ma dove spariscono le fotografie nel mondo? Cosa vediamo? E' corretto quello che i giornali ci mostrano? Il "digitale" è un nemico?
 
Dove spariscono le fotografie? Le fotografie analogiche giacciono in archivi di piccole agenzie o negli archivi di fotografi sfiduciati, o presso dei Musei che non hanno alcun interesse a rendere vive le loro collezioni, o nei cassetti di gente comune. Tuttavia quando esse per motivi futili (una ricerca occasionale su un tema) o per un impegno museale o di agenzia emergono, ci stupiscono, cambiano la nostra opinione sulle cose. Esempio sono le foto del periodo maoista in Cina ora mostrate in tutto il mondo, più dirette e facili "da leggere" di un saggio ma solo se dietro questo lavoro c'è la persona che sa capire l'importanza di queste foto.
 
Il problema è sempre stato trovare un bravo archivista. L'archivista ideale dovrebbe essere centenario e avere le energie di un ventenne, amare l'ordine e la precisione, conoscere i personaggi mondiali del presente e del passato e saper assegnare ad ogni foto più voci di soggettazione corrette.
 

Attualmente nelle agenzie, dalle più grandi Corbis, Getty, AFP a quelle minuscole, gli archivisti svolgono un ruolo importante, ma è necessario l’intervento continuo dei fotografi accanto agli archivisti per schedare le foto nelle banche dati elettroniche con termini precisi, in modo da non farle scomparire tra le altre migliaia di fotografie offerte e per offrirle correttamente ai clienti (giornali, libri, curatori di mostre, pubblicitari, art directors, ecc.).

  

La formula migliore a mio avviso è quella che vede l’intervento diretto del fotografo che consegna all'agente il materiale già corredato di alcune voci di catalogazione, ma in genere il fotografo trascura questo aspetto, spesso non conosce perfettamente l'inglese per scrivere le didascalie, così importanti. Quindi debbo riconoscere che al momento Corbis e Getty detengono il grande potere economico che permette di archiviare digitalmente con più velocità la documentazione fotografica dei fatti di politica e di cronaca, creando i grandi archivi storici e illustrativi della nostra vita. Tuttavia nascono dubbi sulle loro scelte e sui criteri che adottano. Il loro limite è infatti quello di omologare la comunicazione visiva, scegliendo poche foto molto legate ai clichè dell'avvenimento, spesso non le migliori. Ne conseguono la sparizione definitiva di immagini importanti, l'omologazione nella memoria visiva di un avvenimento, la riduzione di possibilità di scelta e la somiglianza dei giornali, che spesso scelgono infatti le piccole agenzie per essere diversi dai concorrenti o producono servizi fotografici chiedendo alle agenzie nuovi linguaggi o grandi esclusive o progetti.

 

Per riassumere, mentre i criteri metodologici per l’archiviazione non variano a seconda che il formato sia analogico o digitale, in presenza di quest’ultimo la reperibilità delle immagini sarà più facile ma il costo per gli addetti ai lavori e per l’acquisto dei software e dei computer sale vertiginosamente..

 
 Il problema è aperto e qualora finalmente anche l'Italia fondasse un Istituto italiano della fotografia per classificare la miriade di fotografie importanti come documenti della nostra storia ci si troverà ad affrontare il problema di investire in bravi archivisti, una figura professionale per la quale non esiste un percorso di formazione specifico, mentre è assai richiesta non solo dalle agenzie ma anche da studi di architettura, da musei pubblici e da professionisti. Se questo non verrà fatto i nostri fotografi cederanno i loro archivi a Corbis e Getty.
 
Le foto stampate su carta argentata saranno pochissime e legate alle mostre: come dice Gianni Berengo Gardin, ora anche il digitale è perfetto per stampare il bianco e nero. Le foto vintage diventeranno sempre più preziose.
 
Spetta infine a chi si occupa di foto e di arte il compito di condannare gli usi impropri del digitale: valga ad esempio la mostra di questo autunno alla UBS Gallery di New York di Walker Evans, le cui foto ritoccate in digitale sono state rese brillanti, ma hanno perso le atmosfere aspre e severe che facevano parte della denuncia. Una lavorazione digitale dissennata ha snaturato il messaggio del grande fotografo.
 

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