|
La montagna proibita. La censura teatrale dal dopoguerra al 1962
Finita la guerra, gli autori cinematografici e teatrali sono convinti di poter finalmente scrivere in piena libertà, senza ‘esami’ e senza dover autocensurarsi. “C’è un bisogno di rinnovamento che si agita in tutti noi che lavoriamo per il teatro. Il teatro di domani non avrà né la forma né l’organizzazione né il linguaggio di quello di ieri”[1]. Così scrive Paolo Stoppa. Il sogno però dura poco, la macchina burocratica e repressiva si rimette presto in moto. “Per la censura intendiamo la censura di Stato, si aprì una sorta di periodo di vacanza della durata [...] di un paio di anni [...]. Intanto il PWB[1] [...] che vigilava sulla stampa e sullo spettacolo [...] non concedeva certo i permessi ad occhi chiusi [...].
Era nell’aria quello che Vitaliano Brancati ha definito un ritorno alla censura, vale a dire la ripresa da parte dello Stato del pieno controllo sul mondo dello spettacolo”[2]. Le leggi non cambiano. Si riparte dal Testo unico delle leggi di P.S. del 18 luglio 1931, n. 773 e dal Regolamento per l’esecuzione del T.U. n. 635/1940. Due esemplari del copione dattiloscritto devono essere presentati al Sottosegretariato per la stampa e le informazioni presso la Presidenza del consiglio dei ministri. (poi al ministero), per avere il visto della censura, sentito il parere di una commissione di prima istanza. Ottenuta l’approvazione, però, il prefetto, l’autorità di Pubblica Sicurezza possono comunque sospendere lo spettacolo. Il copione, vistato dalla censura centrale, torna alla compagnia che lo presenta alle varie prefetture, consapevole di ulteriori tagli che il testo potrà subire e del rischio, sempre presente, di una sospensione dello spettacolo stesso. La censura poi diventerà un servizio della Presidenza del consiglio fino alla nascita del Ministero del turismo e dello spettacolo nel 1959[3].
In molte opere teatrali italiane, la montagna diventa protagonista e prezioso scenario per lo svolgersi della storia. E, prima di tutto, il luogo che ha visto nascere la ribellione, la silenziosa protettrice della lotta partigiana; diventa lo spazio catartico dove le passioni, anche quelle più insane, non possono non svelarsi; è lo spazio ideale per la commedia, complice di amori e di equivoci, della voglia di dimenticare le brutture vissute appena ieri, della voglia di godere quello che verrà poi definito ‘boom economico’, evitando di riflettere sulle cause e sulle conseguenze di ciò che sta accadendo realmente. Ma l’immagine della montagna è ambivalente: è ascesi e paura della caduta, le caverne sono sepolcri e culle, ventri materni dove vita e morte s’intrecciano, inizio e fine si annullano a vicenda.
Sono del 1945 il dramma di Enzo Longo Sui monti l’aria è più pura, dedicato alla lotta partigiana e il dramma Giuseppe Musolino. Il brigante d’Aspromonte di Garibaldi Spadaro, in quest’ultima opera, definita dalla censura “un drammone prolisso destinato ai complessi minori di prosa”, la montagna nasconde un brigante la cui vicenda assomiglia molto a quella di un partigiano. Tra i monti si muore, ci si pente, nella speranza di tornare ad una vita normale. La censura esamina, gli autori continuano ad autocensurarsi: così sulle vette si pianta il tricolore cantando l’inno di Mameli, si cammina su per i sentieri e ci si sente garibaldini. Questo accade in Eroismo partigiano di Nino Addari del 1948. Ancora come garibaldini vengono descritti i partigiani in I partigiani a San Giovanni in Monte di Bruno Castegnaro che ottiene il visto nel 1953. In montagna si nascondono uomini e bambini che hanno sofferto “senza però perdere il loro equilibrio e il loro senso d’onore, e che […] hanno trovato il coraggio e la forza di lottare”. Ancora storia di partigiani, uomini stanchi, feriti che desiderano tornare a casa, nella commedia Sui monti c’è l’aria pura di Giulio Cucciolini del 1949. Nell’ottobre del 1950 viene chiesto il visto per il dramma L’orma sulla montagna di Renzo Giannella che mette in scena le lotte sociali delle comunità del Monte Amiata, dal 747 fino all’attentato a Togliatti. La montagna, sulla cui cima viene posta una grande croce, è memoria, è presidio per la difesa dei diritti sociali. L’opera, nonostante la retorica, subisce numerosi tagli: “Il lavoro benché tendenzioso può essere passato senza tagli fino al 1943 […]. Da questo punto sono sulla scena fascisti, popolo oppresso, tedeschi, partigiani, uccisori, ecc. secondo lo slogan comunista comune a tutti i lavori del genere”. Vengono cancellate tutte le scene in cui c’è lotta tra tedeschi e partigiani, le battute che esortano a firmare contro l’atomica e l’ombra di Togliatti che cita parole da un suo discorso e incita a rispondere ad una guerra imperialista, con una nuova ribellione.
In Misericordia di Luigi Livoi,‘leggenda tragica’ presentata al servizio revisione teatrale della PCM nel 1946, una giovanissima ragazza Alina vive in una casa semidistrutta dai bombardamenti al limite di un bosco di olivi. Aspetta il suo fidanzato disperso in guerra e cerca di ribellarsi alle attenzioni morbose del padre, mentre la madre, rassegnata, tenta quasi di giustificare il marito. “Se viene a mancargli la tua compagnia viene a mancargli il respiro. […] Dato il suo carattere combatterà per averti con sé” Il fidanzato Elio torna: la montagna diventa il luogo dove rifugiarsi per difendersi dalle angherie, dai soprusi e per ricominciare. “Mi sono dipinto nella memoria un massiccio castello situato in cima a un monte alto e impervio. […] Poi […] ho immaginato te come una castellana […] ti ho veduta sullo spiazzo della torre più alta, tutta vestita di bianco”. Il dramma familiare si consuma sulle macerie dell’altra tragedia, la guerra: il padre rifiuta di acconsentire al matrimonio della figlia e tenta di portarla al mare, poi durante un litigio uccide Elio e, Alina, a sua volta, uccide il padre e s’impicca. La madre muore per il dolore. L’opera viene respinta dalla censura non per l’atmosfera da grand guignol, ma perché offende la morale familiare. In un appunto datato 6 novembre 1948 e firmato da uno dei censori, si legge: “Esprimo il mio parere di autorizzare la rappresentazione a condizione che gli spettacoli siano riservati alle guardie carcerarie, le sole persone rotte, per mestiere, ad osservare con indifferenza, l’inferno dell’uomo”. L’autore riconsegnerà il copione rivisto: sparisce l’idea dell’incesto. La famiglia è salva e la tragedia ottiene il visto.
Eliminate le battute e gli sketch che occhieggiano al sesso, in teatro non si deve parlare di divorzio, né di crisi della famiglia; altri temi tabù sono la religione, il potere esecutivo, la politica, la forza pubblica. All’Ufficio censura non c’è più un solo uomo che decide ma una commissione, dove però non c’è né un regista né un attore[4].
Nel 1954 anno in cui La Mandragola viene definita dalla censura una “pochade boccaccesca del secolo XV” da vietare perché pericolosa per giovani e adulti, c’è una novità: non sarà più l’autore a presentare il copione per il visto censura ma lo farà il titolare del nulla osta di agibilità, rilasciato dall’autorità a quella compagnia, che deve completare la domanda con i nomi di tutti i suoi membri[5].
Nell’ottobre dello stesso anno una filodrammatica di Catanzaro chiede il visto per La gloria, commedia di Roberto d’Oltremare. Carlo figlio di un montanaro non sopporta la vita tranquilla e semplice della sua famiglia, sogna la gloria il successo e fugge dalle montagne per fare l’attore. Ci riesce diventa ricco poi perde tutto e, preso dalla nostalgia, comprendendo che i veri valori sono dove sono le sue radici, torna al paese nella Val di Susa. Non manca il dramma sacro. Nel maggio 1954 viene chiesto il nulla osta per la rappresentazione del dramma di Umberto Adamoli L’Angelo del Gran Sasso. E’ la storia del giovane Francesco Possenti (celebrato poi come san Gabriele dell’Addolorata, il santo dei giovani) che dopo una vita libertina si ritira come eremita sul Gran Sasso. Qui il Gran Sasso diventa la ‘montagna sacra’ simbolo ascensionale per eccellenza, spazio sacro che diventa prototipo del tempo sacro, punto di partenza per il viaggio verso la purificazione. “Per sentire meglio la povertà del cielo occorre salire, amico, in una notte calda di stelle, in alta montagna, ad ascoltare in silenzio la voce, il canto divino dell’universo”. In Storiella di montagna di Rosso di San Secondo che ottiene il visto nel 1957, Bettina una ventenne rimasta orfana raggiunge un paesino di montagna dove abita una zia che non vede da anni. Il paese è però distrutto e la zia morta da tempo: la ragazza incontra un giovane contadino, Adorno, rimasto vedovo con due bambine, che la ospita e le chiede di restare con lui. Bettina è conquistata ma dovrà ancora soffrire: Adorno infatti, ingaggiato da un ricco straniero come guida per una scalata molto pericolosa, morirà sorpreso da una tormenta. Bettina resterà e farà da madre alle due bambine ormai orfane. S’innamorerà di un giovane suonatore di fisarmonica capitato al podere per caso e insieme continueranno a vivere con le figlie di Adorno.
Scritta nel 1926 da Alfredo Testoni, I Persichetti in montagna viene rimessa in scena negli anni Cinquanta da varie compagnie minori. La commedia è una pochade in dialetto bolognese si svolge in un albergo ai piedi delle Dolomiti.
Alta montagna di Salvatore Gotta messa in scena nel 1938 da Renzo Ricci, viene riproposta nel 1958 da una compagnia filodrammatica. Dora è una giovane che vive in montagna, ma il silenzio che la circonda l’angoscia, le dà un “senso di prigionia” e solo il ripristino della linea telefonica la calmerà. A differenza del marito e della cognata nati in montagna, Dora è una ragazza di città e la vita sui monti l’annoia e l’opprime. Ha bisogno di vestiti eleganti, di gente intorno con cui chiacchierare. Chi è nato in alta montagna è diverso, come spiega la vecchia cameriera; nel suo paese persino i bambini desiderano che venga giù le torrion, la valanga: “Si resta fra noi; non si aspetta più la corriera che porta la posta, i giornali; non si vedono più facce di forestieri […] gente della bassa, sciatori della domenica”. Dora cerca mondanità, non sa dominare le sue reazioni, confessa a Pietro di averlo tradito certa che il marito non farà uno scandalo. Ma Pietro è di diverso avviso, le montagne sono bianche e impongono la loro legge: “Ma non puoi pensare che si possa vivere in questo luogo, in questo isolamento se non con assoluta chiarezza? La montagna non tollera certa gente, la espelle!”. E Dora infatti tornerà al suo mondo perdendo l’amore di Pietro. Manovre in montagna di Emilio Caglieri nel 1958 ottiene il visto per la trasmissione radiofonica.
La storia delle ‘manovre’ di due ragazze per conquistare i loro uomini, è ambientata in un albergo di Cortina.
I preparativi per le gare sciistiche e i nuovi arrivi nell’albergo rompono la noia delle giovani ricche in cerca di fidanzati. Così per conquistare un uomo, si rischia la vita in una scalata pericolosa, ma alla fine lo scopo verrà raggiunto.
Uno dei pregi più grandi della montagna è quello di educare la volontà. Sulle cime non si arriva altro che ‘volendo arrivare’, concluderà uno dei giovani corteggiati.
La censura teatrale verrà abolita 1962[6]. La montagna verrà via via abbandonata da un teatro sempre più in crisi. Sarà il cinema ad impossessarsi di quello spazio ora reale ora visionario, ora profanato da dighe e autostrade senza alcun rispetto per le condizioni ambientali, ora considerato un universo sacro e inviolabile.
[1] P. Stoppa, Necessità di riforma del teatro italiano, in «Il Dramma», 1° aprile 1947.
[2] Attraverso il PWB (Psychological Warfare Branch), che occupa la sede dell’ex Minculpop, gli americani avviano un imponente sforzo propagandistico e una ramificata attività di sorveglianza dei territori occupati.
[3] M. Quargnolo, La censura ieri e oggi nel cinema e nel teatro, Milano, Ed. Pan, p. 134.
[4] I copioni teatrali fanno parte del fondo Revisione teatrale (1946-1962), della Direzione generale dello spettacolo, Divisione teatro, del Ministero del turismo e dello spettacolo. Anche questo articolo come quello apparso sul numero 21 di SLM, è stato realizzato grazie al censimento dei fondi conservati all’Archivio Centrale dello Stato, svolto nell’ambito del progetto “Anguana-Museo dell’Uomo e della Montagna”, promosso dall’IMONT e finalizzato alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio scientifico e culturale montano anche attraverso la creazione e la gestione di un “Archivio della montagna italiana”. Sulla storia della censura teatrale e dei copioni conservati in ACS vedi Censura teatrale e fascismo (1931-1944), La storia, l’archivio, l’inventario, a cura di Patrizia Ferrara, Ministero per i beni e le attività culturali, Roma, 2004; della stessa autrice: Dal teatro al cinema: un nuovo filone di ricerca presso l’Archivio centrale dello Stato, in «Archivi per la Storia», n.1-2, gennaio-dicembre 2004.
[5] “Esiste presso la Presidenza del Consiglio dei ministri un ufficio censura la cui composizione è piuttosto misteriosa e comunque non ufficiale. Si parla negli ambienti interessati al teatro di un’alta ed elegante signora, dai modi piuttosto autoritari, che in tale ufficio ha funzioni direttive, non si sa in base a quali particolari attitudini e specifica competenza […]. Si parla di funzionari più o meno modesti, guidati certamente, più che da criteri artistici, da preoccupazioni di carriera. Si parla inoltre di autori drammatici o scrittori di teatro che sono stati addetti, o sono tuttora addetti a tale ufficio”.G. Ozzo, Sulla censura teatrale, in « Il Ponte », agosto-settembre 1957.
[6] L’autorizzazione è valida dunque solo per la compagnia che ne faceva richiesta.
[7].L. n.161 del 21 aprile 1962. Viene istituita un commissione che valuterà i copioni per ammettere o escludere minori; rivista e commedia musicale rimarranno assoggettate alla revisione ed al nulla osta preventivo del ministero. Due anni dopo il ministro Corona dichiara decaduta la norma secondo la quale nella giornata del Venerdì Santo sono programmabili solo spettacoli religiosi. |
|||