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Gli archivi del sistema Confindustria - Archiexpo II edizione – Milano, 15-17 novembre 2007
![]() Sugli archivi d’impresa tre sono le categorie interessate: gli studiosi, gli archivisti e gli imprenditori. Questi ultimi sono stati relegati al ruolo di soggetti passivi dalle normative riguardanti l’archivio. A parte alcuni casi di autentico mecenatismo in cui grandi imprenditori ordinano e conservano il loro archivio, svolgendo un servizio utile agli storici ed alla cultura del Paese.
Ma quando la gestione di un archivio, dal suo nascere alla sua conservazione nel tempo, entra a far parte delle strategie di un imprenditore e si trasforma quindi da onere a beneficio?
Se l’archivio d’impresa continuerà ad essere considerato un deposito di carte, di atti e di documenti la cui conservazione è resa obbligatoria e utilizzabile esclusivamente da esterni, quali, ad esempio, organismi di controllo, storici e studiosi, magistrati, etc., non faremo molta strada nella direzione di un maggior interessamento e coinvolgimento dell’imprenditore sul ruolo svolto dall’archivio nell’organizzazione aziendale. Se invece prende corpo l’idea che attraverso l’archivio si possono conseguire alcuni obiettivi interni ed esterni all’azienda, quali: conoscenza del passato come base per la definizione di decisioni e strategie future, sostegno alla creazione di credibilità e affidabilità nel mercato, sfruttamento delle potenzialità per la comunicazione e l’immagine, allora l’archivio aziendale acquista un ruolo funzionale e di traino, integrandosi pienamente nel sistema produttivo.
Solo in questo contesto organizzativo, gestionale, culturale può svilupparsi negli imprenditori la consapevolezza che la conservazione dei loro archivi, prima ancora di una esigenza imposta dalla legge, è una operazione di memoria storica.
Il passaggio ad un tipo di coinvolgimento diverso viene infatti favorito proprio dall’obiettivo di individuare quei fattori di utilità cui prima si è accennato che l’imprenditore può trovare nella corretta e ordinata gestione delle carte intese come patrimonio di informazioni.
Sulla ricaduta di immagine, ad esempio, sono da tempo sensibilizzate le banche che sono (tra i soggetti che operano nel mondo dell’economia), quelli che vantano una storia più antica: le pubblicazioni a cura delle stesse banche sono frequenti e, anche quando si tratta di opere autocelebratorie, costituiscono un fatto rilevante che testimonia la consapevolezza dell’importanza di poter rappresentare all’esterno una storia di antica data. E’ per le imprese una forma di nuova aristocrazia.
Nella nostro sistema sovente non possiamo parlare solo di archivi poichè non sono rari i casi in cui da questi ultimi nascono i relativi musei che ne rappresentano una evidente estrapolazione.
L’Italia infatti scopre con un po’ di ritardo uno dei propri tesori, i prodotti dell’industria. Che gli oggetti della cultura materiale fossero degni di appartenere alla famiglia dei tesori che la civiltà si trasmette di generazione in generazione è una conquista della nuova storiografia francese d’inizio Novecento. Sono nati su questa spinta i vari musei dell’ombrello, delle bambole, degli attrezzi…Più recente è anche la considerazione che pure gli oggetti prodotti in serie siano degni di essere annoverati in un museo.
Ma siccome un certo retaggio di cultura “crociana” ha frenato lo sviluppo in Italia di musei di questi oggetti, ecco che brevetti e prototipi sono dispersi o, nei casi migliori, salvati da alcune aziende lungimiranti, che hanno ben documentato e conservato questi oggetti – di moda, design, o di tecnologia – in spazi o collezioni private. Mi riferisco ai vari Alessi, Barilla, Ginori, Ducati, Ferrari, Piaggio, Alfa Romeo, Pirelli, Olivetti, Guzzini…Questi luoghi raccontano l’Italia dell’età industriale (appena passata) e globale (in corso).
Musei e archivi d’impresa raccontano i grandi e importanti mutamenti del nostro Paese: dall’avvio dell’industrializzazione di massa al definitivo passaggio da Paese contadino a Paese industriale, dagli anni del boom alla crisi degli anni 70, al rilancio degli anni 80 e 90 fino alla civiltà hight-tech.
Talune imprese, quindi, conservano anche oggetti tridimensionali come ad esempio i prototipi o antichi strumenti e apparecchiature in disuso.
In Italia sono oltre 100 le strutture archivistico-museali classificate come tali, che hanno per oggetto documenti cartacei, materiali pubblicitari, fotografie, video, manufatti, macchinari, attrezzi per produrre.
Questi patrimoni della memoria collettiva indagano e permettono di ricostruire il processo di industrializzazione, lo sviluppo economico, le trasformazioni sociali, l’evoluzione tecnologica, la storia dei centri industriali, la formazione dei ceti professionali, l’organizzazione delle classi lavoratrici, la proprietà dei materiali impiegati, i procedimenti tecnici adottati e le funzioni svolte.
Creazione di archivi d’impresa, sovente associati ai relativi musei, quali istituzioni/strutture aperte al pubblico che acquisiscono, conservano, comunicano, valorizzano ed espongono le testimonianze materiali dell’attività economica di un’impresa, di un distretto, di una tradizione produttiva con significativi legami con il territorio.
I musei e gli archivi d’impresa sono un modo per conoscere e ricordare, ma anche per promuovere il made in Italy, o meglio, “il marchio d’Italia”, oramai quasi un logo globale.
Musei e archivi d’impresa racchiudono insomma l’identità e l’anima nazionale. Basti pensare all’archivio storico Olivetti oppure al museo storico dell’Alfa Romeo.
Allora una prima fondamentale considerazione è che le imprese sono esse stesse soggetti culturali. Esiste una cultura d’impresa, ciascuna impresa ha una sua cultura. Una cultura che è fatta di valori che sono fondamentalmente quelli della funzionalità, dell’utilità di ciò che facciamo. Valori che hanno una loro storia, un loro presente e una loro prospettiva, una loro proiezione.
Conoscere, indagare questi valori, conservarli, saperli rappresentare e prospettare in modo comprensibile è un contributo alla diffusione della cultura e una giustificazione della funzione d’impresa. Giustificare la funzione d’impresa, in un Paese come il nostro, in cui le imprese riescono a fatica a legittimarsi, è comunque indispensabile.
Lavorare sulla cultura di ciascuna impresa, conservandone le memorie e cercando di rappresentare nel modo più efficace possibile il valore o l’insieme dei valori di quell’impresa, dandone anche una rappresentazione dinamica orientata al futuro, credo sia un interesse fondamentale dell’impresa stessa, del sistema delle imprese e degli imprenditori.
Valorizzare gli archivi significa accedere alla valorizzazione della cultura come storia, come radicamento nel territorio e come proiezione nel futuro di una comunità.
La cultura infatti è un antidoto fondamentale contro la perdita di identità e un ingrediente prezioso per la costruzione di identità complesse. L’Italia sta appunto attraversando una fase in cui il rischio è quello di perdere le identità profonde, per estraniamento, e di non raggiungere i livelli di identità complessa che la globalizzazione e i fenomeni di internazionalizzazione sospingono ad assumere.
Investire nella valorizzazione degli archivi in fasi come queste è fondamentale e corrisponde agli interessi delle imprese e del Paese.
Eppure, anche la costituzione di tali archivi – salutata con entusiasmo dagli storici negli anni ’80 – non riesce a dar voce alla complessità sociale. Innanzi tutto la grande impresa è poco rappresentativa dell’economia italiana dominata viceversa da una ossatura di piccole e medie imprese; affidare la memoria dell’impresa agli archivi dei grandi gruppi – magari provenienti dal parastato – equivale a costruire una rappresentazione distorta dell’economia italiana e dei suoi fattori di sviluppo.
Oggi poi constatiamo amaramente e lamentiamo la distruzione di gran parte degli archivi aziendali, tanto che diventa difficile, senza un tessuto ampio di testimonianze aziendali, ricostruire le modalità concrete dei processi di industrializzazione nel nostro come di altri Paesi.
Non esiste a tutt’oggi una istituzione deputata alla conservazione degli archivi d’impresa e pertanto per gli archivi delle imprese fallite si individua la responsabilità del curatore fino all’esaurirsi del procedimento fallimentare, mentre una parte della documentazione viene conservata dal tribunale. Quando si conclude il fallimento, salvo quel che è rimasto in tribunale come allegato al procedimento, la parte più consistente dell’archivio diventa “terra di nessuno”.
Se pensassimo poi alla rapida trasformazione del mondo imprenditoriale, caratterizzato da cessazioni, mutamenti, cessioni e fusioni intere o parziali di attività non è difficile intuire a quale rischio di dispersione e di distruzione siano sottoposte le carte che quelle attività testimoniano.
Ai fini della salvaguardia dunque si è intensificata da parte di Confindustria una linea di azione che mira a censire gli archivi esistenti per poi stabilire, d’intesa anche con il Mibac ed in particolare attraverso la collaborazione del costituendo “Osservatorio sulla cultura d’impresa e sul patrimonio storico-culturale” strategie di intervento atte a far emergere gli archivi sommersi ed a valorizzare i contenuti di quelli meno noti mediante l’inserimento degli archivi e dei musei aziendali nei circuiti turistici del territorio e nei distretti culturali, promuovendo anche la costituzione di archivi economici territoriali o interregionali.
Senza dimenticare tuttavia che non possiamo limitarci a mettere in luce sia a livello nazionale che internazionale l’attività delle imprese che hanno saputo cogliere il valore culturale e sociale della propria documentazione archivistica e che hanno attivato strutture e prassi per conservarla e metterla a disposizione del pubblico, poiché non tutte le imprese – e qui il richiamo è rivolto soprattutto alle piccole e medie – hanno le risorse finanziarie da poter dedicare alla tutela e valorizzazione dei propri archivi.
Dobbiamo in sostanza attribuire agli archivi d’impresa la stessa importanza che assegnamo alle grandi opere pubbliche che disegnano il futuro del Paese e, conseguentemente, destinare ad essi risorse economiche ugualmente significative. Servono grandi progetti di ordinamento, di ricerca, di restauro, che non siano interventi sulle emergenze, ma appartengano ad una strategia di crescita del Paese.
Occorre una intensa attività che sappia orientare gli archivi verso le nuove tecnologie e che consenta a chi opera nel turismo di avere gli strumenti per far apprezzare il valore del nostro territorio.
In sintesi mi sembra di poter affermare che le diverse riflessioni sugli archivi d’impresa siano riconducibili a tre tematiche generali:
la tutela e la conservazione (ovverosia l’insieme delle azioni atte a garantire alle future generazioni la fruizione degli archivi) che richiedono adeguate agevolazioni i fiscali e normative;
il rapporto tra turismo, cultura e territorio (che è poi il tema della valorizzazione, dei distretti culturali e del rapporto tra questi e l’economia della conoscenza) al fine non solo di far “vivere” questi tesori bensì anche per “avvicinare” nuove categorie di utenti (stranieri, famiglie e giovani);
l’innovazione tecnologica e la società dell’informazione, per una valorizzazione originale dell’archivio attuata ad esempio attraverso l’isolamento nell’archivio stesso di uno o più documenti e/o oggetti a cui si arriva mediante un percorso che fornisce in vario modo tutte le informazioni necessarie a capire il documento o l’oggetto in questione.
Tutto questo non è solo un’operazione di marketing ma anche il frutto di una mobilità della mente che dovrebbe porsi quotidianamente lo scopo di rendere più vicino al pubblico quanto ci sta a cuore. |
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