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Una mostra permanente sulla storia del Manicomio di Sassari

Maria Rosaria Lai

in n. 3/2008

In occasione delle Giornate Europee del patrimonio 2008, la Soprintendenza Archivistica per la Sardegna ha presentato la mostra documentaria permanente Cose... da matti! Storia e storie del Manicomio di Sassari, realizzata dalla stessa Soprintendenza, in collaborazione con il Dipartimento per la Salute Mentale della ASL n. 1 di Sassari ed allestita nei locali appena ristrutturati della Palazzina H, il vecchio reparto 1° Uomini dell'ex Ospedale Psichiatrico Rizzeddu.

La mostra, finanziata con i fondi messi a disposizione dal Progetto Interregionale III A Mare Costa e Dintorni: modelli di intervento a confronto per la progettazione e l'attivazione di reti di salute al quale la ASL n. 1 ha partecipato con l'Azienda USI n. 6 di Livorno e, in partenariato, con la Direction Dèpartementales des Affaires Sanitaires et Sociailes di Bastia, è il coronamento dell'ultima Azione del suddetto progetto, ideata e coordinata dal dipartimento sardo.

Tale Azione, denominata Carte da legare, e avviata sul finire del 2007, ha visto il coinvolgimento, oltre che della scrivente nel ruolo di docente, di dodici utenti afferenti alle tre aree territoriali suindicate, impegnati in un ciclo di lezioni e stage utili a far loro conoscere il mondo degli archivi, in particolare quello degli archivi sanitari e manicomiali, e che ha avuto nella mostra il suo atto conclusivo.

L'esposizione, che si articola in sedici pannelli e nove teche, ripercorre - attraverso i documenti dell'archivio storico dell'Amministrazione provinciale, dell'Archivio di Stato e attraverso i documenti dell'ex manicomio - la storia dell'assistenza psichiatrica nella Sardegna settentrionale dalla metà dell'Ottocento, quando gli alienati venivano rinchiusi in strutture fuori dall'isola o in sezioni manicomiali ricavate negli ospedali di Cagliari e Sassari, all'apertura del Rizzeddu, nel 1934, fino alla sua chiusura, nel 1998.

Gli ampliamenti e i nuovi lavori necessari per lo spaventoso diffondersi della malattia: la quotidianità vissuta dai degenti in una struttura in cui erano le regole, il potere, l'esigenza di classificare la follia, a scandire i ritmi delle loro vite; l'evolversi delle terapie: dalle iniezioni ricostituenti agli psicofarmaci; la pratica dell'ergoterapia, probabilmente utile ai ricoverati ma certo utilissima alla contabilità del manicomio; glianni della chiusura: dalla legge 431/1968, che introdusse la volontarietà del ricovero, alla legge Basaglia che, vent'anni dopo, determinò la chiusura del manicomio di Rizzeddu: questi i temi affrontati nel percorso principale della mostra.

Parte integrante dell'esposizione sono i due settori curati dagli utenti-discenti che, guidati nella ricerca documentaria e nella elaborazione dei testi, hanno raccontato, da un lato, le professioni e i mestieri che si esercitavano all'interno delle  mura - da quello del medico a quello dell'amanuense - dall'altro le sofferenze e il dolore dei ricoverati, così come emergono con prepotenza dalle tante lettere scritte e mai spedite: in questi due settori si è scelto in pratica di mettere in evidenza il diverso ruolo svolto dal manicomio: per alcuni era lavoro ... e ... per molti internamento, recitano appunto i titoli che si è scelto di dare ai due pannelli.

Lo spazio centrale del percorso, racchiuso all'interno delle quattro colonne in ghisa che caratterizzano l'ambiente, è dedicato alla presentazione di alcuni dei 480 sacchetti dei ricoverati, vero tesoro dell'archivio dell'ex Ospedale Psichiatrico.

Contenitori in tela in cui, come previsto dal Regolamento interno, venivano riposti gli oggetti e i valori e tutto quanto i ricoverati avevano con sé, al momento del loro ingresso in manicomio: pezzi di vita da sottrarre, insieme alla stessa vita.

L'economo ne annotava sul sacchetto e sull'apposito registro la tipologia e la consistenza insieme ai dati relativi al proprietario, al fine di agevolarne il ritiro.

Negli anni quindi si sono conservati, insieme agli oggetti, tanti piccoli archivi privati che, costituiti dalle memorie scritte più intime e care dei ricoverati, permettono ora di ricostruire piccoli squarci delle loro vite precedenti e ci restituiscono qualcosa della loro voce, molto diversa da quella delle Istituzioni.

All'interno di piccole teche sono esposti alcuni sacchetti con i loro contenuti: lettere, immagini sacre, numerose fotografie, il pennello da barba e la dentiera, confezioni di profilattici o la chiave di casa, presentati privi di commenti, accompagnati da una semplice, asettica didascalia, in modo che il visitatore possa interpretare secondo la propria, personale, sensibilità.

Sulle teche è sospeso un pannello, bifacciale, dedicato agli stessi sacchetti: dalla loro 'scoperta' nell'ormai lontano 1998, al loro recupero, al riordinamento e alla loro inventariazione, a cura della Soprintendenza Archivistica per la Sardegna.

Il successo della mostra, che verrà inserita tra i percorsi culturali della città, la volontà di 'invitare' i sassaresi in manicomio e l'interesse mostrato dagli utenti-allievi, sia durante la preparazione della stessa, che per un coinvolgimento futuro in esperienze del genere, stanno creando le basi per la prosecuzione del cammino intrapreso: a questa ipotesi stanno lavorando il Dipartimento e la Soprintendenza.


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