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- La vicenda del regolamento di organizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Gli interventi dell’ANAI

Ferruccio Ferruzzi

in nn. 1-2/2009
Venerdi 12 giugno il Consiglio dei Ministri, dopo le osservazioni del Consiglio di Stato e i pareri delle Commissioni parlamentari ha varato definitivamente le modifiche al regolamento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (d.p.r. 233 del 2007), che attendono ora la registrazione della Corte dei Conti prima della promulgazione da parte del Presidente della Repubblica. Come qualcuno ricorderà, già in occasione dell’iter del regolamento del 2007 l’ANAI intervenne in più sedi contro la subordinazione completa, che esso introdusse, degli istituti archivistici alle direzioni generali regionali, eccessivamente accentratrici di competenze di direzione e gestione diretta, tali da risultare largamente disfunzionali là ove i direttori non delegano funzioni ai capi di istituto, subordinazione che in linea di principio significava la fine dell’“Amministrazione archivistica italiana” nazionale, frammentata sulla carta in 17 appendici (“articolazioni” dice il testo) delle direzioni regionali, dirette da architetti e inevitabilmente incentrate sui settori delle ex arti.
Se tale fine di fatto non si è ancora completamente verificata, è solo perché è stata lasciata alla Direzione generale per gli archivi la gestione nazionale di alcuni capitoli di bilancio destinati agli istituti archivistici. D’altra parte, con una poco appariscente omissione forse dovuta alle nostre insistenze in tal senso, il regolamento del 2007 non includeva le soprintendenze archivistiche fra quelle proponenti al direttore regionale la dichiarazione di importante interesse culturale, di cui rimasero quindi titolari.
La vicenda generale delle modifiche elaborate dal Ministero al regolamento del 2007, come è noto, si è incentrata sulla controversa creazione della direzione generale per la valorizzazione, che il ministro Bondi ha annunciato di voler conferire a Mario Resca, già manager della MacDonald italiana, e sulla fusione della direzione per i beni paesaggistici con quella per i beni architettonici. Sulla creazione della nuova direzione (causa, insieme alla prescrizione di riduzione degli uffici dirigenziali generali, della fusione anche fra altre direzioni, come quella fra direzione del personale e del bilancio), la quale doveva impartire agli istituti periferici, oltre a direttive generali, anche “determinazioni” particolari – pur in un primo tempo non sugli archivi – per la valorizzazione dei rispettivi beni, sono sorte vive polemiche che hanno condotto alle dimissioni del presidente del Consiglio superiore per i beni culturali Salvatore Settis e, per solidarietà, della presidente del Comitato tecnico scientifico per gli archivi Maria Guercio e altro consigliere. A seguito di tali polemiche, il Ministero ha almeno espunto le “determinazioni” particolari e lasciato alla nuova direzione solo le direttive generali in materia di valorizzazione, pur se ora estese anche agli archivi.
            Per quanto riguarda il nostro settore, l’ANAI ha cercato dapprima di segnalare al Ministero (Gabinetto e ufficio legislativo) le stesse osservazioni e richieste di modifica già presentate in occasione del regolamento del 2007, ottenendo però solo due ritocchi di minore rilevanza: la partecipazione dei vicepresidenti dei Comitati tecnico-scientifici, quasi tutti funzionari tecnici (i presidenti sono professori universitari) al Consiglio superiore (art. 13) e l’estensione agli interventi di conservazione (oltre quelli di “manutenzione”) della facoltà di affidamento diretto da parte degli istituti periferici (art.17).
Poi l’Associazione ha richiesto e ottenuto tre audizioni presso le commissioni parlamentari che dovevano esprimere il parere (Istruzione pubblica e beni culturali del Senato il 28 aprile, Affari costituzionali il 19 maggio e Cultura della Camera il 26 maggio) per ripresentare le sue osservazioni. Abbiamo segnalato anzitutto la mancanza nel nostro Paese di una politica di salvaguardia e gestione del patrimonio archivistico e la grave situazione di emarginazione istituzionale e perdita di autonomia del settore archivistico del Ministero per la carenza di risorse umane (totale mancanza di ricambio generazionale degli archivisti) e finanziarie, che condivide in larga misura con gli altri settori, ma anche l’emarginazione relativa nei confronti dei settori delle ex arti (percentuale di bilancio del settore archivistico scesa dal 1998 dal 7,5 al 4,4 % e posti dirigenziali tagliati del 40% contro la media del 12%). Abbiamo in particolare denunciato l’esasperato accentramento di funzioni nelle direzioni regionali e il tendenziale smantellamento dell’amministrazione archivistica nazionale, che già il regolamento d.p.r. 233/2007 introduceva e che ora viene ribadito: l’art. 17 elenca ben 26 funzioni delle direzioni regionali, mentre l’art. 16 indica brevemente le funzioni delle soprintendenze delle ex arti e omette addirittura del tutto di indicare le funzioni di archivi di Stato e soprintendenze archivistiche; ora lo schema di modifiche elimina anche la residua autonomia di queste ultime, la titolarità della dichiarazione di interesse culturale. Si è anche rilevato il fatto sintomatico che nemmeno una delle 17 direzioni generali è diretta da un archivista, fatto che dimostra quanto il Ministero stesso consideri il settore archivistico come eterogeneo al suo core business.
Abbiamo sottolineato, al fine di rivendicare una maggiore autonomia per il settore archivistico e i suoi istituti, che la tutela dei beni culturali è un’attività di natura essenzialmente tecnico-scientifica, che si basa, a seconda del tipo di beni culturali, sulla rispettiva specializzazione scientifica, per cui la prima condizione logica dell’efficacia della tutela è quindi la distinzione delle competenze tecnico-scientifiche e la loro conseguente ripartizione in corrispondenti specifiche e distinte organizzazioni periferiche e centrali di supporto, cioè ‘settori’ nazionali, nonché l’autonomia tecnico-operativa nell’esercizio delle rispettive competenze. In particolare si è rilevato che, mentre fra i tre sottosettori delle ex-arti sono sempre esistite sinergie oggettive – p. es. un edificio fondato su resti archeologici e dotato di affreschi o apparati decorativi - di intervento che hanno sempre giustificato organi centrali (direzione generale unica fino al 2003) e periferici (soprintendenze “miste”) a competenza congiunta, gli interventi di tutela e la gestione dei beni archivistici non presentano di regola alcuna sinergia operativa con quelle degli settori delle ex arti.
La Commissione del Senato ha accolto almeno il senso generale delle nostre osservazioni, indicando nel suo parere di conferire una “maggiore autonomia agli archivi rispetto alle direzioni regionali”. Nella Commissione Cultura della Camera era invece addirittura stata espressa da parte del relatore Granata l’allarmante ipotesi di una fusione fra le direzioni generali per gli archivi e per i beni librari, che avrebbe eliminato ogni rispettiva specificità organizzativa e tendenzialmente anche tecnico-scientifica. Abbiamo quindi concertato con l’Associazione Italiana Biblioteche una lettera congiunta a tutti i membri della Commissione di protesta per tale ipotesi, rivendicando la distinzione delle competenze scientifiche e l’autonomia organizzativa dei rispettivi settori e richiedendo l’audizione. Nel frattempo, dapprima il sottosegretario Giro (“Corriere della Sera” del 19 maggio) ha ribadito che i due settori non potevano fondersi in ragione delle “radicali differenze” e poi il ministro Bondi ha confermato su altri punti proposti dal relatore e su questo un orientamento contrario tenendo forse conto – ci lusinghiamo di pensare – delle passate e più recenti ripetute vive istanze e motivate rimostranze da noi sempre avanzate contro simile ipotesi. La preoccupazione per tale ipotesi era anche accentuata dal fatto che la fusione prevista dallo schema di modifiche fra le direzioni per i beni paesaggistici e per i beni architettonici era stata intanto ampiamente, e crediamo con ben fondati motivi in quanto collegata a un rinvio dell’entrata in vigore delle norme paesaggistiche del Codice dei beni culturali, oggetto di vive proteste da parte di Italia Nostra, WWF e altre associazioni ambientaliste, che hanno trovato nella Commissione risonanza tale che si poteva temere che il Ministero, per poter recedere da quella fusione, dichiarata necessaria per la ferrea legge dei numeri (invano abbiamo suggerito di tagliare qualcuna delle minori fra le ben 17 direzioni generali regionali), ripiegasse su quella fra il nostro settore e quello bibliotecario.
Un ultimo colloquio esperito lunedì 8 giugno col Vicecapo di Gabinetto dr. Guarany, mentre ci ha confermato che sulle altre richieste da noi sollevate l’orientamento, malgrado ogni nostra insistenza affinché fosse dato qualche esito concreto all’indicazione del Senato di conferire maggiore autonomia agli istituti archivistici, è rimasto quello di tener fermo il testo - le soprintendenze archivistiche perderanno quindi la titolarità della dichiarazione -, ci ha almeno garantito che il Ministro non intende procedere alla fusione fra archivi e biblioteche, e così sembra che sia dalle notizie ufficiose sul testo licenziato dal Governo il 22 giugno.
Non ci è rimasto, alla fine di questa vicenda che ricorda ancora una volta per chi lo conosce l’apologo del diavolo e della pentola di fagioli, che ringraziare di averci evitato questo grave danno.

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